Accuse reciproche sotto i riflettori, accordi di collaborazione dietro le quinte. È attraverso un complesso intreccio di relazioni che i tre colossi mondiali dell’energia – Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita – stanno cercando di manovrare il mercato del petrolio, mentre le quotazioni del barile viaggiano al record da 4 anni, sopra 85 dollari per il Brent.
Accuse reciproche sotto i riflettori, accordi di collaborazione dietro le quinte. Così i tre colossi mondiali dell’energia – Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita – stanno cercando di manovrare il mercato del petrolio…
Petrolio, produzione record da russi e sauditi. Il “doppio gioco” con gli Usa
Accuse reciproche sotto i riflettori, accordi di collaborazione dietro le quinte. È attraverso un complesso intreccio di relazioni che i tre colossi mondiali dell’energia – Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita – stanno cercando di manovrare il mercato del petrolio, mentre le quotazioni del barile viaggiano al record da 4 anni, sopra 85 dollari per il Brent.
Da Mosca, dove ha inaugurato la Russian Energy Week , il presidente Vladimir Putin ieri non ha risparmiato critiche nei confronti di Trump, che da settimane non perde occasione per scaricare sull’Opec e sui suoi alleati la responsabilità del rally: «Pensa che il prezzo del greggio sia alto e in parte ha ragione – ha concesso Putin – ma siamo onesti. Donald, devi guardarti allo specchio se vuoi trovare il colpevole dei rincari». Il riferimento, come ha chiarito lo stesso capo del Cremlino, è alle sanzioni contro l’Iran , ai «problemi politici» in Venezuela e alle vicende in Libia, dove «lo stato è distrutto, come risultato di politiche irresponsabili che hanno un impatto diretto sull’economia globale».
Se le parole sono taglienti, la Russia sui mercati petroliferi sta però giocando dalla parte degli americani. La sua produzione di greggio è salita a 11,70 milioni di barili al giorno a settembre, un nuovo record post-sovietico. Da giugno, quando con l’Opec ha deciso di fare marcia indietro sui tagli produttivi, Mosca ha messo sul mercato altri 400 mila bg e ora che le forniture dall’Iran stanno crollando è pronta – parola di Putin – ad offrirne altri 200-300mila.
Ancora più diligente l’Arabia Saudita, che in risposta agli appelli della Casa Bianca è arrivata a pompare 10,7 mbg , come ha detto ieri il ministro Khalid Al Falih dal convegno moscovita, il massimo da novembre 2016 e un aumento di quasi 700mila bg da giugno, che sommato a quello russo supera il milione di bg che i due Paesi avevano promesso. Anche Riad però è finita nel mirino delle polemiche di Trump, che durante un comizio elettorale martedì sera se l’è presa con re Salman, con cui pochi giorni fa aveva parlato al telefono, proprio di petrolio. «Adoro il re Salman –ha raccontato il presidente – ma gli ho detto “Caro re ti stiamo proteggendo, senza di noi non dureresti per due settimane, devi pagare le spese militari».
Gli argomenti sono gli stessi utilizzati negli ultimi messaggi anti-Opec. Eppure nei fatti la collaborazione (petrolifera, benintenso) c’è eccome. Usa, Arabia Saudita e Russia hanno persino concluso un patto segreto per attutire l’impatto sul mercato delle sanzioni contro Teheran, rivela la Reuters, probabilmente imbeccata proprio dagli interessati. I ministri dell’Energia dei tre Paesi, com’è noto, si sono incontrati più volte nella prima metà di settembre e secondo le fonti dell’agenzia il saudita Al Falih e il russo Alexander Novak avrebbero garantito a Washington un ulteriore aumento della produzione Opec-non Opec da 500mila bg. Il piano è però riuscito solo a metà: alla riunione di Algeri del 23 settembre Mosca e Riad non sono riuscite a far convergere gli altri Paesi della coalizione e l’annuncio – che forse avrebbe potuto frenare il rally del petrolio – è saltato. Il prezzo ha continuato a correre e anche ieri Brent e Wti hanno aggiornato i record, rispettivamente a 85,90 e 76,13 dollari al barile.
Il petrolio è tornato a fare paura. I prezzi stanno salendo troppo velocemente e con il dollaro sempre più forte, che per molti Paesi amplifica l’effetto dei rincari, il rischio è che ci siano ricadute sulla crescita economica.
Dopo le ripetute denunce di Donald Trump – che però addossa la responsabilità del rally esclusivamente all’Opec – ieri anche il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), Fatih Birol, ha suonato l’allarme.
«Siamo piuttosto preoccupati che il caro energia sia tornato e che possa nuocere all’economia globale in un momento di vulnerabilità», ha detto Birol, appellandosi in generale ai «Paesi esportatori di greggio» (Usa compresi) perché facciano il possibile per aumentare le forniture al mercato. «Con questi prezzi mi aspetto che la crescita della domanda in India, in altre parti dell’Asia e nelle Americhe subisca un impatto negativo». L’avvicinarsi delle sanzioni Usa contro l’Iran, la scarsa fiducia nella capacità dell’Opec e della Russia di colmare ogni carenza di offerta e una speculazione sempre più aggressiva nel puntare su ulteriori rialzi hanno accelerato il rally del petrolio negli ultimi mesi. Il Brent, che ha superato 85 dollari al barile, al record da 4 anni, è raddoppiato di prezzo rispetto all’estate 2017 e triplicato rispetto ai minimi di inizio 2016. La retorica del «lower for longer» – petrolio meno caro più a lungo, grazie alla presunta onnipotenza dello shale oil americano – è ormai dimenticata e molti analisti prevedono che il prezzo del barile possa presto tornare a superare la soglia dei 100 dollari. Ma i rincari in dollari sono poca cosa di fronte a quello che devono sopportare molti Paesi importatori, che pagano in altre valute. Anche perché il biglietto verde – cosa che non sempre è avvenuta in passato – si sta apprezzando insieme al petrolio. Anche euro, sterlina e yen hanno perduto terreno sul dollaro. Ma la sofferenza è particolarmente acuta per tutti i Paesi importatori di greggio le cui valute quest’anno sono andate a picco, situazione che riguarda molte economie emergenti, che ora si trovano intrappolate in un circolo vizioso: il costo delle importazioni sale, ma svalutare la moneta per incoraggiare le esportazioni e riequilibrare la bilancia commerciale non è più possibile. Alcune valute sono già debolissime e ora non solo c’è l’inflazione da combattere, ma la stretta monetaria avviata dalla Fed sta facendo lievitare il costo del debito, spesso contratto in dollari. La salita dei rendimenti negli Usa contribuisce inoltre ad allontanare gli investitori dai mercati emergenti. Chi sta pagando di più per il rally del greggio sono la Turchia e l’Argentina, che nel 2018 hanno subito una svalutazione di oltre il 35% rispetto al dollaro: il prezzo del barile è raddoppiato in lire turche ed è aumentato del 155% in pesos, a fronte di un rialzo di circa il 25% in dollari. Ma la lista dei Paesi in difficoltà è lunga. Sul mercato dei futures il Brent oggi è ancora molto lontano dal record storico di luglio 2008 (147,50 $ in termini nominali). Le distanze si accorciano se si ragiona in euro: siamo già intorno a 75 €, contro il picco di 93 € del 2008. Molto peggio stanno in Brasile, dove il real è crollato: laggiù il prezzo del barile ha superato il picco del 2008 lo scorso marzo e non ha più smesso di correre. Anche in Messico e Sudafrica il record storico è molto recente e a breve potrebbe essere aggiornato anche in India, dove la rupia è scivolata ai minimi di sempre sul dollaro. Il caro energia è un problema gravissimo per New Delhi, che importa l’80% del petrolio che consuma e ha una domanda che cresce a ritmi superiori a quelli cinesi. Il Governo, sotto pressione per le proteste e per l’avvicinarsi delle elezioni, ieri ha tagliato le accise sui carburanti, ma la misura inevitabilmente peserà sulle casse dello Stato, già in sofferenza per il forte indebitamento (in gran parte in dollari) e il crescente squilibrio della bilancia commerciale, che ha raggiunto un deficit da primato, oltre 18 miliardi di dollari. Il mix tossico che minaccia l’India è simile a quello di altre economie asiatiche. Persino la Cina, impegnata in una guerra commerciale con gli Usa, ha consentito una svalutazione (sia pure pilotata) dello yuan. L’Indonesia, giustificando la scelta anche con il rincaro del petrolio, ha aumentato i tassi di interesse per ben cinque volte da maggio. La settimana scorsa è arrivata una stretta monetaria anche nelle Filippine. Ci sono abbastanza nuvole all’orizzonte da giustificare il timore di una frenata dell’economia anche a livello globale.
Sorpresa. Tolte le tasse, in Italia la benzina costa esattamente quanto nel resto d’Europa. La differenza al litro tra Italia ed Europa è 0,0 euro. Sorpresa doppia: tolte le tasse, in Italia il gasolio costa meno della media europea. Ripeto per chi ha letto in fretta: tolte le tasse, in Italia il gasolio costa meno rispetto alla media europea. Nel dettaglio, senza i tributi in Italia il gasolio costa 1 centesimo (in lettere: un centesimo) in meno rispetto alla media europea.
Se in Italia benzina e gasolio costano di più che oltreconfine, il divario che oggi rende più salato il rifornimento italiano sta solamente nell’altra parte del prezzo, cioè nel peso del fisco, formato dalle accise e dall’Iva. Non a caso la Lega Nord da tempo propone un intervento per contenere le accise che pesano sui carburanti.
Poi c’è il confronto dei prezzi nazionali con la media europea, una media a 19 Paesi. Il divario fra media italiana e media europea viene chiamato “stacco Italia” dagli esperti dell’Unione Petrolifera.
BENZINA E GASOLIO, PREZZI ITALIA-UE A CONFRONTO Dati in euro. (Fonte: dati ministero dello Sviluppo economico-Unione petrolifera al 1° ottobre 2018)
La benzina ci costa 11 centesimi in più La rilevazione più fresca è stata condotta lunedì 1° ottobre, quando il prezzo medio finale della benzina al distributore italiano era pari 1,64 euro al litro. (Per chi ama sfinirsi nel dettaglio, il prezzo medio è 1644 millesimi di euro). Ecco ora il prezzo medio europeo: 1,52 euro al litro. Cioè in Europa la benzina costa in media 11 centesimi in meno al litro. (Per i puntigliosi del millesimo: 11,8 centesimi).
Il divario è tutto del fisco Che cosa genera sulla benzina questo divario di 11 centesimi al litro tra Italia ed Europa? La differenza sta tutta nelle accise e nell’Iva, che in Italia lunedì pesavano 1,03 euro al litro (per gli intenditori del dettaglio, 1025 millesimi di euro), cioè 11,3 centesimi al litro in più rispetto alla media europea. Tolto il peso soffocante del fisco, invece il prezzo industriale della benzina è uguale in Italia e in Europa. (Per i più esigenti, nei prezzi industriali c’è un divario leggerissimo tra Italia ed Europa pari a impercettibili 0,6 centesimi).
Il gasolio è meno caro in Italia Ora il gasolio. Alla rilevazione di lunedì, il prezzo medio italiano del gasolio (1,52 euro al litro) è più caro di quello medio europeo di 14 centesimi (prezzo medio europeo 1,38 al litro). Chi viaggia all’estero conosce bene queste differenze e cerca di fare il pieno di là dal confine. Ma tolte le tasse il gasolio italiano costa di solo prezzo industriale 63 centesimi al litro mentre — attenzione — il gasolio medio europeo costa 64 centesimi al litro. In altre parole, alla rilevazione del 1° ottobre il gasolio venduto in Italia è meno salato di quello europeo, un centesimo in meno. Ciò che lo fa rincarare è la somma beffarda delle accise italiane più l’Iva, 89 salatissimi centesimi al litro in Italia contro più sobri 74 centesimi al litro in Europa. La differenza fiscale è di 15 centesimi in più al litro in Italia. (Per gli amanuensi del dettaglio, la differenza fiscale è 15,2 centesimi in più).
I prezzi sono liberiDue dettagli del mercato dei carburanti sono poco conosciuti a noi consumatori. Primo aspetto: i prezzi dei carburanti sono liberi, liberissimi. I prezzi non vengono imposti. Non si può invocare alcuna regolazione nazionale o europea perché un benzinaio o una compagnia possono praticare sulla parte industriale di loro spettanza qualsiasi prezzo gradiscano, da zero all’infinito. L’unica condizione imposta dal Governo italiano a benzinai e compagnie è che, qualunque prezzo vogliano applicare, in ogni caso devono riscuotoere su ogni litro le accise imposte dallo Stato italiano e incassino l’Iva che grava sia sulle accise sia sulla parte industriale del prezzo.
Il gasolio costa di più della benzina Secondo aspetto poco noto a noi consumatori: sul mercato internazionale e sui prezzi industriali italiani il gasolio è un prodotto più caro della benzina. Ciò che rende il gasolio più conveniente al consumatore italiano è l’accisa più bassa decisa dallo Stato per non pesare troppo su furgoni e camion. Ma sui listini internazionali il prodotto gasolio — usato non solamente nei motori ma anche nei generatori elettrici oppure nelle caldaie delle case di mezz’Europa e dell’America del Nord — è più richiesto e ha quotazioni più severe rispetto alla benzina. In genere sui listini internazionali il gasolio tende a rincarare in autunno, quando le villette ordinano il combustibile per riempire la cisterna in vista dell’inverno, mentre invece la benzina sui mercati internazionali tende ad aumentare di prezzo con il ritorno della bella stagione.
Le rilevazioni di settembre Tolto il fisco, anche nelle settimane scorse i prezzi industriali di benzina e gasolio si sono tenuti sempre alla pari della media europea. o addirittura meno costosi Se si omettono divari impercettibili di vantaggio o svantaggio sui millesimi di euro, le rilevazioni del 20 agosto, del 27 agosto e del 3 settembre dicevano che il prezzo industriale di benzina e gasolio in Italia era pari (zero centesimi di differenza) alla media europea. Ma a partire dalla rilevazione del 10 settembre in poi, nell’ultimo mese il prezzo industriale del gasolio è rimasto sempre di 1 centesimo più conveniente in Italia rispetto alla media europea. Ma quel centesimo di vantaggio è stato divorato dalla fame insaziabile del fisco.
Sorpresa. Sotto la tavola di sabbia che forma il fondale dell’Adriatico c’è molto più metano di quanto si potesse sperare. Due numeri per fare il raffronto: oggi dai giacimenti sotto il fondo dell’Adriatico si estraggono 2,8 miliardi di metri cubi l’anno; le riserve individuate in questi mesi fanno pensare che invece si possano estrarre 4 miliardi di metri cubi l’anno. Tantissimo, rispetto ai 5,5 miliardi di metri cubi di gas estratti da tutti i giacimenti italiani nel 2017. Un soffio impercettibile, rispetto ai 75 miliardi di metri cubi che l’Italia ha bruciato nel 2017, dei quali 70 miliardi arrivati da lontano attraverso migliaia di chilometri di condotte. Metabolizzare i dati Ma ecco che cosa è accaduto. Mesi fa l’Eni aveva annunciato 2 miliardi di investimenti sull’Adriatico, che in Europa è una delle aree più ricche di metano e che viene sfruttato con intensità dagli anni 70. Nella raffineria pavese di Sannazzaro Ferrera Erbognone è stato realizzato un colossale centro di elaborazione dei dati geologici, il Green Data Center, il cui cervellone in questi mesi ha metabolizzato un’infinità di numeri che erano stati raccolti dal sottosuolo 25 anni fa. E dall’esame dei dati geologici sono emerse le nuove riserve. Riserve, beninteso, ancora tutte da raggiungere ed estrarre. Lavori in corso I giacimenti in Adriatico parevano sempre più sfiatati. Le ultime piattaforme sembravano gli impianti Bonaccia e Clara, installati al largo della costa marchigiana. In queste settimane l’attività è ripartita in tutto il distretto petrolifero emiliano-romagnolo, come gli ordinativi ricevuti dalla Rosetti&Marino, dalla Cmit, dalla Righini e dalla Bonatti, con il ritorno dell’occupazione e delle assunzioni per centinaia di tecnici ed esperti. ma si sta muovendo soprattutto l’attività di ricerca e studio. Ora sono in attività davanti alle coste romagnole e marchigiane due piattaforme mobili assoldate dall’Eni, la Super Sundowner della Nabors e la Key Manhattan della Shelf. Una terza piattaforma mobile di ricerca è in fase di allestimento ed entrerà in servizio in inverno. Inoltre è in programma un aggiornamento della piattaforma Bianca Luisella, nel mare al largo di Cattolica, Pesaro e Fano.
Giacimenti abbandonati Gli italiani bruciano metano e petrolio con convinzione ma le riserve nazionali sono usate sempre meno. Di conseguenza cresce l’import. Qualche numero. Nel 2017 sono stati usati 71,1 miliardi di metri cubi di gas (+6%) mentre dai giacimenti italiani sono stati estratti 5,5 miliardi di metri cubi (-4,3%). Nei primi sette mesi del 2018, cioè dal 1° gennaio al 31 agosto scorsi, l’Italia ha consumato 3,6 miliardi di metri cubi di gas nazionale (in lievissima crescita) su 47,1 miliardi di domanda complessiva (in leggero calo).
Il costo elettrico Rimanendo nel comparto dell’energia, ma allargando lo sguardo al segmento delle bollette elettriche, ieri l’autorità dell’energia Arera è stata ascoltata dalla commissione Industria del Senato. Il problema è quello dei rincari delle tariffe: per frenarne la crescita l’autorità indipendente di regolazione ha limato una voce della bolletta, gli “oneri di sistema”. Ma questa voce comunque rappresenta un costo da sostenere, un minore gettito stimato in quasi un miliardi nel secondo semestre del 2018, e quindi dovrà essere ricuperata attraverso le bollette successive. Il percorso di ricupero di questo gettito mancante sarà «su un arco di tempo che, al momento, si stima dell’ordine di quattro trimestri», ha detto ieri ai senatori il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini. Il presidente della commissione parlamentare, Gianni Girotto (Cinque Stelle), ricorda che il sistema tariffario «ha generato distorsioni sul prezzo che vanno superate», tra le quali «l’enorme quantità di oneri». Una conferma viene dal mondo delle imprese di vendita di elettricità con Marco Bernardi, presidente di Illumia, secondo il quale il peso degli oneri ha «un valore complessivo di 15 miliardi di euro» con un credito che, propone Bernardi, potrebbe essere ceduto a una centrale d’acquisto dai venditori di elettricità.
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I mercati energetici si sono risvegliati in modo allarmante. I prezzi del petrolio sono cresciuti arrivando a toccare 80 $ al barile. Tra le cause fattori congiunturali come l'arrivo degli uragani ma anche l'avvicinarsi delle sanzioni USA all'Iran. Sissi Bellomo traccia un quadro della situazione attuale, che verrà approfondito il 24 e 25 settembre a Milano nel corso dell'Italian Energy Summit, a cui interverranno i rappresentanti dei più importanti player del settore. Tutte le informazioni per iscriversi e il programma sono disponibili all'indirizzo http://eventi.ilsole24ore.com/energy-summit-2018
https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-10-06/perche-bolla-petrolifera-e-dietro-angolo-192134.shtml?uuid=AExGChIG&refresh_ce=1 Dopo alcuni anni di sostanziale stabilità intorno a valori contenuti, dominati dalle forze fondamentali della domanda e dell'offerta, il prezzo del petrolio sembra avere imboccato di nuovo un percorso di rapida ascesa in cui la speculazione potrebbe avere un ruolo centrale nel provocare un balzo irrazionale delle quotazioni. Infatti, nonostante il prezzo oscilli ancora intorno agli 80$, la crescita del numero di headlines sui media che profetizzano il raggiungimento della soglia dei 100$ entro pochi mesi è un indizio chiaro che una nuova bolla speculativa potrebbe essere in formazione. Certamente ci sono fattori oggettivi che stanno spingendo verso una riduzione dell'offerta globale di greggio, nonostante l'industria petrolifera abbia raggiunto lo scorso agosto il livello record di 100 milioni di barili prodotti al giorno (bb/gg). Nel breve periodo, l'elemento geopolitico è preponderante: il collasso economico del Venezuela ha spinta la produzione giù del 27% in soli 8 mesi ad un minimo di 1,3 milioni bb/gg (dai 2,7 del 2015). Il solo annuncio dell'embargo USA ha già sottratto 700.000 bb/gg dalla produzione dell'Iran (sarà più del doppio dal 5 novembre); un risultato ben oltre le attese dell'amministrazione Trump. Paradossalmente, i tweet aggressivi del Presidente USA nei confronti dell'OPEC al fine di ottenere un aumento di produzione sono giustificati dalla necessità di coprire l'ammanco che deriva dall'imprevisto successo dell'embargo. Secondo insistenti rumours di mercato, nei prossimi mesi India e Cina starebbero per tagliare ulteriormente le importazioni dall'Iran. La soluzione di finanza strutturata promossa dall'Unione Europea per consentire alle imprese coinvolte in accordi commerciali con l'Iran di aggirare l'embargo, rischia di rimanere solo un'interessante idea sulla carta. Uno specifico veicolo (SPV, special purpose vehicle) dovrebbe re-indirizzare i trades petroliferi delle imprese su Euro ed altre valute, ma pare che al momento le corporations preferiscano mollare per avere la certezza di accedere al mercato USA rispetto a rischiose tecniche di elusione. Nel medio-lungo periodo, sono i fattori strutturali a spostare la propensione verso una visione bullish: il boom dello shale oil, che ha spinto la produzione totale USA ad 11 milioni di bb/gg soffre di colli di bottiglia infrastrutturali. Non ci sono abbastanza oleodotti per convogliare tutta la produzione sui mercati e questo bloccherà la crescita dell'offerta nei prossimi mesi. Il problema potrebbe essere risolto in un paio di anni, ma l'industria USA sembra riluttante ad effettuare i necessari investimenti. Indubbiamente i tassi di interesse in crescita stanno cambiando il contesto di “denaro facile” del periodo post Quantitative Easing della FED, che aveva reso gli investimenti in shale oil attraenti per i fondi speculativi e aveva consentito a diverse imprese del settore di evitare il fallimento. Ma ci sono ragioni che esulano dall'ambito finanziario: secondo il geofisico di fama mondiale Jean Laherrère la ragione primaria è che la produzione dello shale oil raggiungerà il suo picco entro il 2020 a 5 milioni bb/gg, per poi declinare velocemente perdendo l'80% nei 5 anni successivi. Resta l'incognita dell'Arabia Saudita, l'unico Paese che può realisticamente aumentare l'offerta nell'arco di mesi. Tuttavia, considerata la trasparenza nulla sulla produzione saudita, è difficile ritenere che la compagnia nazionale ARAMCO possa compensare tutte queste riduzioni dell'offerta globale. La domanda resta robusta, soprattutto da parte delle economie emergenti, nonostante il prezzo sia aumentato del 45% da settembre 2017. Anche nell'Italia della ripresina, le importazioni di petrolio sono tornate a crescere con decisione nel 2017 fino a 1,373 milioni di bb/gg dopo il minimo di 1,17 raggiunto nel 2015. Quanto potrebbe impattare sul PIL un rialzo persistente del prezzo del petrolio di 20$? È una domanda non facile, in quanto l'effetto dipende dal peso relativo del petrolio all'interno della bolletta energetica del Paese; per l'Italia è in lieve calo da anni ma comunque resta abbondantemente sopra il 30%. Una stima prudente gira intorno allo 0,4% di PIL in meno all'anno, a fronte di un aumento strutturale del prezzo del petrolio di 20$. Poca roba? Dipende, specialmente ora che i decimali sulle prospettive di crescita sembrano contare. In definitiva, i fondamentali spingono verso l'alto il prezzo del petrolio; ma se si sviluppa una nuova bolla speculativa diventeranno in breve insignificanti. Si potrebbero toccare i 100$ in poche settimane per poi avere un crash del prezzo stile 2008/2009, con effetti negativi sulla stabilità del sistema globale di distribuzione e sul ciclo economico. Allacciate le cinture.